Author: AgiNews

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Boschi e Boldrini al funerale di Riina, una foto fake condivisa migliaia di volte su Facebook

Possibile vedere Maria Elena Boschi, e Laura Boldrini, partecipare al funerale di Totò Riina? C’è chi non fa caso neanche al fatto che quelle esequie non siano state celebrate. E allora il post sulla pagina Facebook di Mario De Luise, che sceglie il simbolo di una locandina M5S come sua foto profilo, scatena l’ira Dem e della sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio. Sul suo profilo numerosi post di siti di contro informazione, con notizie palesemente false sulla politica italiana, sull’euro. Non si sa chi sia l’autore, né se effettivamente sia legato in qualche modo al movimento, e non è nemmeno escluso si tratti di un profilo troll. Resta però il gesto e la viralità che ha generato.

“Guardate questo profilo, spero falso. Guardate che schifo. Sono mesi che subisco e subiamo di tutto, ma qui si passa il limite”, scrive Boschi sempre sul social postando a sua volta quell’immagine che la ritrae con la presidente della Camera ed altri esponenti Dem tra i banchi di una chiesa. Solo che la situazione era ben altra, ed è il senatore Dem Francesco Verducci, anche lui nella foto, a chiarirlo:

“In rete gira questa foto. La posta un tale che ha nella sua immagine profilo il logo di una tristemente nota sigla politica. Io ricordo bene questa foto. Eravamo nel Duomo di Fermo, era domenica pomeriggio. Era il 10 luglio del 2016. Partecipavamo alle esequie di Emmanuel, ragazzo nigeriano che, fuggito dalla guerra, ha trovato una morte ingiusta da noi in seguito ad una colluttazione nata da un epiteto razzista. Fu un momento di tributo e commozione, in nome della vita”.

“Oggi quella foto, quella verità, vengono deformate e oltraggiate, perché qualche vigliacco senza morale vuol vedere l’effetto che fa in rete accostare nomi e visi di persone perbene, impegnate in politica, che da una vita combattono mafie, razzismi, soprusi a quello di ‘Riina’. Non c’è limite a nulla”, è lo sconforto condiviso dal senatore Pd. “È un meccanismo canagliesco – denuncia che in Italia abbiamo combattuto e vinto, ai tempi del fascismo. Quei tempi non torneranno”. 

“E’ inaccettabile attribuire al MoVimento 5 Stelle una foto che circola su Facebook”. Il gruppo alla Camera del MoVimento 5 Stelle prende le distanze dal caso segnalato da Maria Elena Boschi. “Si tratta – si legge ancora – di una fake news che nulla ha a che vedere con noi: la riteniamo assolutamente offensiva e inappropriata. Provvederemo, come sempre in casi del genere, a segnalare l’account per uso improprio del simbolo”.

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Facebook si scusa con la famiglia di Totò Riina per aver cancellato messaggi di cordoglio

Facebook ha chiesto scusa alla famiglia di Totò Riina dop aver rimosso messaggi di condoglianze condivise sul social dopo la morte del ‘capo dei capi’. Una portavoce di Facebook ha spiegato che “i post erano stati eliminati per errore” e adesso sono stati ripubblicati (La Repubblica).

Secondo quanto scrive Repubblica, i post di condoglianze alla famiglia Riina sono stati rimossi “dopo che alcuni utenti si erano lamentati perchè contrari alle regole di Facebook” e la portavoce del social network di proprietà di Mark Zuckerberg avrebbe detto che “si è trattato di un errore”. Da quello che si apprende, le linee guide di Facebook vietano di postare contenuti che “sostengono gruppi criminali, terroristi o coinvolti nel crimine organizzato”.

I post di condoglianze alla famiglia Riina sono stati rimossi “dopo che alcuni utenti si erano lamentati perché contrari alle regole di Facebook” ha spiegato la portavoce (Il Corriere del Mezzogiorno). Dopo la morte del boss mafioso i profili della figlia, Maria Concetta Riina e di suo zio, Antonino Tony Ciavarello, erano stati sommersi da messaggi di condoglianze sul genere “Buon viaggio zio Totò”, ma anche di attacchi per i crimini commessi.
 

 

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Riina sepolto senza funerali, salma benedetta da prete

Una semplice benedizione impartita da un sacerdote ha posto la parola fine alla parabola del feroce padrino di Cosa nostra, Totò Riina, la cui salma era giunta intorno alle 8:15 nel cimitero di Corleone, dopo un viaggio in traghetto da Napoli a Palermo. Il prete è poi andato via e si è proceduto alla sepoltura. L’arcidiocesi di Monreale aveva ribadito a chiare lettere che non era possibile celebrare le esequie poichè il boss, in quanto mafioso e mai pentito, per la Chiesa è scomunicato. Presenti al rito la moglie Ninetta Bagarella e i figli Maria Concetta, Lucia e Salvatore.

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Argentina: captato segnale sommergibile, si riaccendono le speranze

È stato captato un nuovo segnale che potrebbe appartenere al sottomarino argentino ARA San Juan, sparito ormai da più di una settimana e che ha a bordo 44 membri dell’equipaggio: lo scrive il quotidiano argentino Clarín.com secondo cui è stato individuato un nuovo perimetro di ricerca nell’Atlantico meridionale; e una flotta guidata dalla corvetta Drummond si sta dirigendo verso il sito per verificare se quel segnale corrisponda davvero al sommergibile argentino, con il quale tutte le comunicazioni sono andate perse dallo scorso mercoledì 15. Si riaccendono le speranze dunque dopo la doccia fredda di martedì notte, quando il portavoce della Mrina, Enrique Balbi, ha riconosciuto che stanno iniziando ad esaurirsi le scorte di ossigeno. La notizia del Clarin.com sembra in linea con quanto sostenuto da Radio Mitre, secondo cui la Marina degli Stati Uniti ha localizzato, grazie a uno dei suoi aerei impegnati nelle ricerche, un “punto di calore”, che corrisponderebbe ad un oggetto metallico, a circa 300 chilometri dalla costa di Puerto Madryn e circa 70 metri di profondità.  Per ora però non c’è stata alcuna conferma da fonti ufficiali. 

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Riina: il feretro del boss sbarcato a Palermo, verso Corleone per la sepoltura

Il carro funebre con il feretro del boss Totò Riina, sbarcato stamane al porto di Palermo dalla nave Tirrenia partita ieri sera da Napoli, è diretto nella natia Corleone per la sepoltura, tappa finale dell’ultimo viaggio del padrino. L’arcidiocesi di Monreale ha ribadito che non è possibile svolgere il rito delle esequie, ma che su richiesta della famiglia può intervenire al cimitero un sacerdote per una semplice benedizione della salma.

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Intimidazioni: Irto,  ferma condanna attentato a ditta Tramontana

(AGI) – Reggio Calabria, 21 nov. – “Esprimo la mia solidarietà e vicinanza al presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria, Antonino Tramontana, la cui azienda è stata fatta oggetto di un vile atto intimidatorio”. Lo afferma il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Nicola Irto, che prosegue: “L’incendio doloso dell’ingresso dell’azienda di cui è titolare Tramontana, uno dei più apprezzati imprenditori del settore vinicolo nella nostra regione, è un fatto grave che va condannato con fermezza. Sono certo che le forze dell’ordine e la magistratura produrranno il massimo sforzo per fare piena luce sull’accaduto. Al contempo, rivolgo a Ninni Tramontana l’invito ad andare avanti con determinazione e perseveranza, sia nel suo percorso imprenditoriale di successo, sia nella delicata attività istituzionale di presidente della Camera di commercio. Un ente, quest’ultimo, che si sta distinguendo – conclude Irto – per la sua gestione virtuosa e per l’attenzione al tema dello sviluppo economico del territorio nel segno della legalità”. (AGI)

 

Il Portavoce

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Consiglio Regionale della Calabria

Via Cardinale Portanova – Reggio Calabria

Ufficio del Portavoce

Interno 3489 – Esterno 0965 880489

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Muore a 14 anni per aneurisma, per i medici “era stress”

È entrata in classe e, dopo il suono della campanella che dava il via alla lezione, è crollata a terra e ha perso i sensi lasciando a bocca aperta tutti i suoi compagni. È morta così, nel giro di poche ore, il 6 novembre scorso, una studentessa di 14 anni, che frequentava il liceo classico Orazio. Su questo decesso la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo contro ignoti dopo la denuncia presentata dal legale della famiglia, l’avvocato Giuseppe Rombolà, secondo il quale i medici del Pronto Soccorso del Pertini non hanno capito che la giovane, portata lì in codice giallo da un’ambulanza, fosse alle prese con un aneurisma cerebrale.

Alla madre è stato detto infatti che il problema della figlia era legato a un forte stress e che tutto si sarebbe risolto con un po’ di riposo: la 14enne resta in osservazione per circa due ore e solo su insistenza della mamma viene sottoposta a una tac da cui si scopre l’aneurisma. A questo punto, i medici, invece di optare per un intervento chirurgico di urgenza, allertano il Bambino Gesù dove la giovane paziente arriva a bordo di un’ambulanza e non dell’elisoccorso che avrebbe fatto guadagnare tempo prezioso. “Si è trattato di un viaggio di un’ora – spiega adesso l’avvocato Rombolà -, lei è giunta in condizioni disperate ed è stata subito sottoposta ad intervento chirurgico per cercare di far defluire il sangue. Nonostante tutti i tentativi, è morta”. Il pm è in attesa di conoscere i risultati completi dell’autopsia, mentre la famiglia ha provveduto alla nomina di un proprio consulente. “Siamo in presenza di una tragedia che ha colpito una ragazza assolutamente sana fino a quel momento, conclude il penalista, “lotteremo affinche’ vengano accertate tutte le responsabilità”.

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Uccide a coltellate gli anziani genitori, fermato quarantenne nel casertano

Graziano Afratellanza, 40 anni, al termine di un interrogatorio, è destinatario di un provvedimento di fermo di pm per duplice omicidio. Per il procuratore di Napoli Nord, Francesco Greco, ci sono gravi elementi di prova di una sua reponsabilità nell’uccisione del padre Francesco, 82 anni, e della madre Antonietta Della Gatta, 79 anni, avvenuta con un coltello nella loro abitazione di Parete, nel casertano. A dare l’allarme, la nuora delle vittime che abita al piano di sopra.

Dai primi accertamenti, l’omicidio della coppia è avvenuto con colpi inferti al collo con un coltello dalla lama lunga 14-15 centimetri. L’aggressione sarebbe avvenuta mentre i coniugi dormivano la notte scorsa. Il coltello ritrovato nel pomeriggio lungo il ciglio di una strada di Parete, a un chilometro dell’abitazione dei coniugi, è compatibile con le ferite ritrovate sul corpo dei due anziani. Questa mattina a trovare i corpi dei due anziani era stata la moglie di un altro figlio, Pietro, famiglia che abita nello stesso stabile delle vittime in via Scipione l’Africano a Parete, a un piano superiore. Graziano Afratellanza era l’unico dei figli a vivere ancora con i genitori. La donna ha immediatamente chiamato i soccorsi, ma oramai non c’era più nulla da fare per i suoceri.

La coppia è stata trovata in una pozza di sangue in camera da letto. Il figlio Graziano, all’arrivo dei carabinieri, già era sparito a bordo della sua auto, una Passat. Una famiglia di agricoltori quella dei Afratellanza, 3 figli, molto conosciuti nella piccola comunità di Parete. Anche Graziano si interessava dei terreni di proprietà della famiglia. L’uomo era in cura presso l’Asl da una decina di anni per gravi problemi psichici ed era stato sottoposto anche a trattamento sanitario obbligatorio. Più volte il 40enne ha tentato il suicidio. Tanti i vicini di casa accorsi sul posto questa mattina, appena appreso della tragedia. Secondo una vicina che conosceva molto bene la famiglia, Graziano era appellato da tutti a Parete come “il pazzo” per la sua instabilità e tutti conoscevano i suoi problemi. Con un carattere allegro e molto socievole, invece, è stato descritto il padre Francesco, amante del ballo. “Una tragedia per la nostra comunità – l’ha definita il sindaco di Parete, Gino Pellegrino – conoscevo molto bene Francesco e la moglie, una famiglia di lavoratori e molto umili. Brave persone. Graziano lo conoscevo meno, è un ragazzo molto chiuso. Ho saputo che più volte si era rifiutato di prendere le medicine”. A coordinare le indagini, la Procura di Napoli Nord con il pm Valeria Esposito. Questa mattina, da un primo esame autoptico, il medico legale non è riuscito a stabilire con certezza l’ora del decesso.

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Il sindaco di Pesaro denuncia una svastica sul nome di Anna Frank, Facebook lo blocca

Nella notte tra il 18 e il 19 novembre a Pesaro una svastica dipinta di nero ha coperto il nome di Anna Frank, la bambina olandese di religione ebraica morta in un campo di concentramento nel 1945, famosa per il suo ‘Diario’. Lo ha denunciato il responsabile del centro studi del Movimento Animalista, Rinaldo Sidoli, postando la fotografia dell’entrata della scuola elementare. “L’ennesimo sfregio al ricordo di Anna Frank. Uno schifo”, scrive (La Repubblica). 

Oltre la svastica sul cartello è anche comparsa la scritta “vietato introdurre ebrei”. E su un tratto di strada a terra “Make war not love”, e un’altra svastica subito sotto. “Ignoranti e delinquenti. Siete contro la storia e l’umanità. Faremo denuncia contro ignoti e ripuliremo subito”, aveva infatto avvertito il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, “non vanno sottovalutati certi comportamenti di pericolosa intolleranza e nuovo estremismo. Continueremo il lavoro sulla memoria nelle scuole affinché i valori di libertà e uguaglianza siano per sempre #wepesaro”.

“Siamo tutti insieme a fianco del sindaco Matteo Ricci, della sua comunità, dei nostri fratelli ebrei. Questo gesto contro la scuola elementare Anna Frank ha un nome tecnico: si chiama schifo. E noi combatteremo lo schifo senza tregua a Pesaro come ovunque, tutti insieme”, ha scritto su Facebook il segretario del Pd Matteo Renzi.  Oggi un nuovo capitolo della vicenda, che Ha segnalato su Facebook la vergogna della svastica sulla scuola intitolata ad Anna Frank, e il social network lo ha bloccato per alcune ore.  E’ quanto capitato addirittura al sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, che su Twitter espirme tutta la sua incredulità: “Incredibile! @facebook mi ha bloccato la pagina. Abbiamo denunciato la vergogna delle svastiche alla scuola Anna Frank e vengo bloccato???” (Il Resto del Carlino)

Incredibile! @facebook mi ha bloccato la pagina. Abbiamo denunciato la vergogna delle svastiche alla scuola ANNA frank e vengo bloccato??? pic.twitter.com/9dCxPGTgbv

— Matteo Ricci (@matteoricci) 20 novembre 2017

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“Gran pezzo di m… ti massacro”. Le minacce al giornalista Paolo Borrometi (audio)

“Gran pezzo di merda, carabiniere, appena vedo di nuovo la mia faccia, di mio fratello, in un articolo tuo ti vengo a cercare fino a casa e ti massacro. E poi denunciami sta minchia, con le mani non c’è il carcere, pezzo di merda te lo dico già subito”. A minacciare il giornalista e collaboratore dell’AGi Paolo Borrometi è Francesco De Carolis, pluripregiudicato e fratello di Luciano De Carolis, ritenuto (e già condannato) uno degli “elementi di spicco del clan Bottaro-Attanasio di Siracusa”. Le minacce si sentono nell’audio pubblicato da Paolo Borrometi su “La Spia.it” in seguito ad un articolo d’inchiesta in cui venivano descritti gli affari mafiosi cittadini ed i boss in libertà, fra cui proprio De Carolis, già condannato per associazione mafiosa, omicidi e droga.

Borrometi raccontava gli affari mafiosi a Siracusa, città in cui negli ultimi tempi sono state messe sei bombe carta e bruciata l’auto del sindaco, Giancarlo Garozzo. De Carolis nell’audio precisa a Borrometi che “il giorno in cui ti incontro giuro che con due gran pugni nella faccia ti devo mandare all’ospedale. Devo perdere il nome mio – dice il pluripregiudicato De Carolis – se non ti prendo la mandibola e te la metto dietro. Hai capito? E non scordare di quello che ho promesso”.

“Ormai i violenti e i pregiudicati ritengono di poter continuare ad ‘assestare’ pubblicamente le loro ‘testate’ contro i cronisti e contro chiunque voglia contrastare mafie e corruzione. Questa mattina Francesco De Carolis, fratello di Luciano, già condannato e considerato dai giudici ‘elemento di spicco’ del clan Bottaro-Attanasi di Siracusa, ha inviato un messaggio audio al cronista Paolo Borrometi, già costretto ad una ‘vita sotto scorta’, minacciando di pestarlo a sangue per aver ‘osato’ raccontare e documentare fatti e misfatti del clan. La Fnsi non solo è solidale con Paolo Borrometi, ma ritiene doveroso che l’autore delle minacce sia ‘fermato’ e messo in condizione di non nuocere più né ai cronisti né a chi vorrebbe vivere senza mafie e mafiosi”. Lo afferma, in una nota, la Federazione nazionale della Stampa italiana.

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Il discorso di Francesco su omissione e indifferenza è stato emozionante 

“Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali”. Lo ha affermato Papa Francesco nell’omelia della messa presieduta in San Pietro in occasione della Giornata Mondiale dei poveri che la Chiesa Cattolica celebra oggi per la prima volta. “Ci farà bene – ha detto – accostare chi è più povero di noi: toccherà la nostra vita. Ci ricorderà quel che veramente conta: amare Dio e il prossimo. Solo questo dura per sempre, tutto il resto passa; perciò quel che investiamo in amore rimane, il resto svanisce”.

In merito, il Papa ha citato le parole del Vangelo “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. “Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato”, ha poi elencato. “Sui loro volti – ha aggiunto – possiamo immaginare impresso il suo volto; sulle loro labbra, anche se chiuse dal dolore, le sue parole: ‘Questo è il mio corpo’. Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore”.

Le frasi più importanti dell’omelia di Francesco

L’omissione è anche il grande peccato nei confronti dei poveri.

Assume un nome preciso: indifferenza.

È dire: ‘non mi riguarda, non è affar mio, è colpa della società’. è girarsi dall’altra parte quando il fratello è nel bisogno, è cambiare canale appena una questione seria ci infastidisce, è anche sdegnarsi di fronte al male senza far nulla.

Dio  non ci chiederà se avremo avuto giusto sdegno, ma se avremo fatto del bene. Come, concretamente, possiamo allora piacere a Dio? Quando si vuole far piacere a una persona cara, ad esempio facendole un regalo, bisogna prima conoscerne i gusti, per evitare che il dono sia più gradito a chi lo fa che a chi lo riceve. Quando vogliamo offrire qualcosa al Signore, troviamo i suoi gusti nel Vangelo.

Quando vinciamo l’indifferenza e nel nome di Gesù ci spendiamo per i suoi fratelli più piccoli, siamo suoi amici buoni e fedeli, con cui Egli ama intrattenersi. Dio lo apprezza tanto, apprezza l’atteggiamento della donna forte che (nella Bibbia) apre le sue palme al misero, stende la mano al povero.

Questa è la vera fortezza: non pugni chiusi e braccia conserte, ma mani operose e tese verso i poveri, verso la carne ferita del Signore.

Lì, nei poveri, si manifesta  la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero.

Che cosa conta per me nella vita, dove investo? Nella ricchezza che passa, di cui il mondo non è mai sazio, o nella ricchezza di Dio, che dà la vita eterna?

Questa scelta è davanti a noi: vivere per avere in terra oppure dare per guadagnare il cielo. Perchè per il cielo non vale ciò che si ha, ma ciò che si dà, e ‘chi accumula tesori per sè non si arricchisce presso Dio’. Non cerchiamo allora il superfluo per noi, ma il bene per gli altri, e nulla di prezioso ci mancherà. Il Signore, che ha compassione delle nostre povertà e ci riveste dei suoi talenti, ci doni la sapienza di cercare ciò che conta e il coraggio di amare, non a parole ma coi fatti. 

È triste quando il Padre dell’amore non riceve una risposta generosa di amore dai figli, che si limitano a rispettare le regole, ad adempiere i comandamenti, come salariati nella casa del Padre.

Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali. E ci farà bene: accostare chi è più povero di noi toccherà la nostra vita. Ci ricorderà quel che veramente conta: amare Dio e il prossimo.

Spesso ci accontentiamo dell’idea di non aver fatto nulla di male, presumendo per questo di essere buoni e giusti.

Così  rischiamo di comportarci come il servo malvagio: anche lui non ha fatto nulla di male, non ha rovinato il talento, anzi l’ha ben conservato sotto terra.

Ma non fare nulla di male non basta.

Perchè Dio non è un controllore in cerca di biglietti non timbrati, è un Padre alla ricerca di figli, cui affidare i suoi beni e i suoi progetti. Ed è triste quando il Padre dell’amore non riceve una risposta generosa di amore dai figli, che si limitano a rispettare le regole, ad adempiere i comandamenti, come salariati nella casa del Padre.

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Addestratore muore sbranato da un cane nel torinese. Cosa sappiamo

Morto sbranato da un bull terrier. È successo a un addestratore cinofilo di 26 anni, Davide Lobue di Rivoli, il cui corpo – pieno di morsicature e graffi – è stato rinvenuto nel Torinese all’interno di un terreno recintato a Monteu da Po. Il cane gli era stato affidato nel pomeriggio da un amico. A dare l’allarme un vicino di casa del ragazzo che aveva sentito abbaiare il cane. Sul posto sono intervenuti i carabinieri di Cavagnolo, i vigili del fuoco di Chivasso e i medici della Croce Rossa. L’autopsia nei prossimi giorni chiarirà con esattezza la dinamica dei fatti.

Leggi l’articolo integrale della Stampa.

La dinamica dei fatti ancora da accertare

Il corpo dell’uomo è apparso ai militari accorsi sul posto parzialmente sbranato, con segni di profonde morsicature e graffi.  Ad aggredirlo, dunque, un bull terrier di un anno e mezzo. Cane molto forte fisicamente, anche se di taglia piccola, il bull terrier ha un carattere in realtà molto socievole e disciplinato, molti addestratori lo consigliano alle famiglie con bambini. Nata come razza a fine ,’800 è considerato comunque un cane da guardia. In passato era utilizzato per i combattimenti. È una razza molto amata e diffusa, il bull terrier è considerato un cane molto intelligente e dal carattere stabile.

I carabinieri della compagnia di Chivasso e il medico dell’Asl, scrive il giornale torinese, stanno cercando di capire se l’uomo sia morto per i morsi del cane su testa, collo, polpacci, coscia e braccia, oppure per un’altra causa, e solo dopo sia stato azzannato dal cane. Un’ipotesi, quest’ultima, che non viene al momento scartata, poiché attorno al corpo dell’uomo – secondo il primo esame del medico legale – non ci sarebbe così tanto sangue, segno che il cane potrebbe essersi accanito sul corpo di Davide quando il cuore del giovane addestratore era già fermo, stroncato forse da un malore. Ma questo sarà soltanto l’autopsia a dirlo. Intanto sia il bull terrier sia l’area dove è avvenuta la tragedia sono stati posti sotto sequestro. 

Davide Lobue era una addestratore molto stimato e preparato. Su Facebook molti gli amici che non riescono a capire cosa possa essere successo, in considerazione dell’esperienza e della bravura professionale del ragazzo.

 

 

 

 

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Lite per l’uliveto: carabiniere uccide padre, sorella e cognato nel tarantino

A Sava, in provincia di Taranto, un appuntato dei Carabinieri, Raffaele Pesare, 53 anni, ha ucciso padre, sorella e cognato. Pesare ha usato la sua pistola di ordinanza e ha fatto fuoco, centrando organi vitali dei tre congiunti che erano con lui nell’appartamento di via Giulio Cesare, nel centro del paese. Poi ha rivolto l’arma verso si se e ha fatto fuoco: il proiettile l’ha colpito al mento e non ha leso organi vitali. Il militare è ora ricoverato al Policlinico di Bari.

Pare ormai assodato che tutto è nato da una discussione familiare che prima è degenerata in lite e poi in tragedia. Al centro il raccolto di un piccolo uliveto di proprietà del padre del carabiniere, Damiano. Il militare pensava che il raccolto di quest’anno toccasse a lui e invece il cognato Salvatore Bisci gli ha detto che non era così: quelle olive spettavano a lui. Sembra che tra Pesare e Bisci i rapporti fossero già critici, la questione delle olive da raccogliere ha poi inasprito le tensioni. 

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Trovata una bomba a mano vicino al Tribunale di Milano

Una bomba a mano, del tipo ‘ananas’ è stata trovata in un pacco vicino al Tribunale di Milano. In attesa dell’intervento degli artificieri non è ancora chiaro se contenga l’esplosivo. A segnalarlo alle Forze dell’Ordine era stato un passante.

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Storia di Totò Riina: l’ascesa, le stragi e i segreti che porterà con sé 

Con Bernardo Provenzano, morto il 13 luglio 2016, formava la terribile e sciagurata coppia di Cosa nostra. Raffinati e brutali strateghi della ferocia. Totò Riina, morto a Parma a 87 anni appena compiuti, è l’immagine più cruda e netta dell’anima nera e stragista della mafia, di cui è ritenuto ancora il capo indiscusso. Stava scontando 26 ergastoli e dal 1993 era recluso al 41 bis.

Le origini, l’ascesa sanguinosa a Corleone

Nato a Corleone, cuore antico e profondo della Sicilia, in una famiglia di contadini il 16 novembre 1930, si legò presto al capomafia Luciano Liggio e a 19 anni fu condannato ad una pena a 12 anni, scontata parzialmente nel carcere dell’Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo. Da fedelissimo di Liggio prese parte alla sanguinosa faida contro gli uomini di Michele Navarra. Nel 1969 avviò la sua lunga latitanza che diede inizio alla sua ascesa, sancita ancora nel sangue, il 10 dicembre, con la “strage di Viale Lazio“, che doveva punire il boss Michele Cavataio.

Sempre più influente, sostituì spesso Liggio nel “triumvirato” di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Risale a quegli anni l’asse con il loro ‘compaesano’ Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo, con cui mise le mani nella politica e nell’amministrazione degli affari comunali. Nel 1971 fu esecutore materiale dell’omicidio del procuratore Pietro Scaglione e, nello stesso anno, partecipò ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio, attraverso il quale stabilì rapporti solidi con ‘Ndrangheta di Tripodo e i camorristi napoletani affiliati a Cosa nostra dei fratelli Nuvoletta.

Dal ’74 reggente della cosca di Corleone, sempre più strategica negli assetti di Cosa nostra, scatenò la seconda guerra di mafia che vide dal maggio 1981 l’uccisione per mano dei boss a lui fedeli, di oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti, mentre molti altri rimasero vittime della cosiddetta lupara bianca. Un vero massacro fino a quando si insediò nel 1982 una nuova “Commissione” di stretta osservanza corleonese, composta da capimandamento fedeli a Riina e da lui guidata. 

Gli intrecci con la politica

Principale referente politico di Riina inizialmente fu Vito Ciancimino, il quale nel 1976 instaurò un rapporto solido con Salvo Lima. Seguì una serie di omicidi politici:

  • il 9 marzo 1979 Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana;
  • il 6 gennaio 1980 fu ucciso il presidente della Regione delle carte in regola Piersanti Mattarella;
  • il 30 aprile 1982 il leader del Pci siciliano Pio La Torre.

Lo schiaffo al Padrino e la catena del tritolo, dalla Sicilia al Continente

Un duro colpo il potere di Riina lo subì il 30 gennaio 1992 quando la Cassazione – nonostante i tentativi di cambiarne le sorti – confermò gli ergastoli del Maxiprocesso e sancì l’attendibilità delle dichiarazioni rese dal pentito Tommaso Buscetta: uno schiaffo al mito dell’impunità di Cosa nostra.

Il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso: si era alla vigilia delle elezioni politiche e, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò a Ignazio Salvo. A maggio l’attacco frontale allo Stato. La strage di Capaci nel quale fu ucciso Giovanni Falcone. Cinquantasette giorni dopo toccò a Paolo Borsellino, in via D’Amelio.

Nel ’93 le stragi del Continente. Una “catena del tritolo” oggetto di indagini anche da parte della Procura di Firenze, su cui si è fatta maggiore chiarezza dopo depistaggi e silenzi. –

Le trattative, i papelli. Poi la cattura

In questo periodo sarebbe iniziata la presunta trattativa, al centro di un processo il cui primo grado è alle fasi conclusive. Cruciale il ruolo di esponenti dello Stato e Vito Ciancimino. Riina rispose alla richiesta di un accordo con il famoso Papello, finalizzato a ottenere la revisione del maxiprocesso, ad ammorbidire le condizioni dei detenuti, cancellazione della legge sui pentiti. Fu arrestato il 15 gennaio del 1993 dalla squadra speciale dei Ros guidata dal Capitano Ultimo, davanti alla sua villa, in via Bernini. Mentre restava libero Bernardo Provenzano, il ‘ragionierè di Cosa nostra, preso solo l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza. –

Lo stato, la criminalità: il grande depistaggio

Un periodo oscuro e torbido di contatti obliqui tra pezzi di Stato e della criminalità organizzata rintracciati a cavallo delle stragi. Ed è stato necessario un quarto di secolo per diradare parte delle nebbie sulla verità delle stragi, perché Cosa nostra ha agito per compartimenti stagni. Nessuno dei primi collaboratori di giustizia, faceva parte del mandamento di Brancaccio. Nel 2008 però ecco Gaspare Spatuzza, poi il pentimento di Fabio Tranchina e per ultimo quello di Cosimo D’Amato. Alle loro rivelazioni si sono aggiunti riscontri formidabili.

Ad aprile scorso è arrivata la sentenza del quarto processo sulla strage Borsellino: un punto fermo dopo depistaggi, falsi pentiti, ombre di mandanti esterni. Un attentato micidiale eseguito dalla mafia, ma maturato in un clima di veleni anche fuori Cosa nostra; e segnato dalle inquietudini di Paolo Borsellino che si disse – sconvolto, incredulo e in lacrime – “tradito da un amico”. Anche qui l’irruzione di Gaspare Spatuzza ha consentito di aprire una nuova stagione giudiziaria e sgretolato le certezze arrivate dai precedenti processi per l’attentato che avevano resistito a tre gradi di giudizio.

Spatuzza si è autoaccusato del furto della Fiat 126, utilizzata come autobomba. A decidere la strage di via d’Amelio, così come quella di Capaci, è stato Totò Riina, in occasione degli auguri di Natale del 1991, nel corso di una riunione della Commissione provinciale. A portare a compimento la strage di via d’Amelio, il mandamento di Brancaccio, considerato il filo conduttore della stagione stragista conclusasi nel continente. Ad azionare il telecomando il boss Giuseppe Graviano. Anche la sentenza del maxiprocesso, devastante per Cosa nostra, sarebbe una delle cause scatenanti.

Cosa nostra aveva attivato tutti i canali istituzionali disponibili per arrivare all’aggiustamento finale della sentenza. Ma si era sentita abbandonata dai suoi referenti istituzionali. Altro fattore sarebbe quello secondo il quale Borsellino sarebbe stato a conoscenza dei contatti tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra e si sarebbe opposto.

I misteri che Riina si porterà nella tomba 

Dalle carceri di massima sicurezza ha continuato ad essere un simbolo suggestivo del potere di Cosa nostra, un riferimento concreto per l’organizzazione in difficoltà. Da lì ha continuato anche al lanciare editti di morte, come – nel novembre 2013 nei confronti del magistrato Nino Di Matteo. Nella tomba il boss si porta tanti misteri, della mafia e non solo. La presenza, a esempio, di eventuali mandati esterni e il coinvolgimento dei servizi segreti rimane al momento solo un’ipotesi investigativa, non provata, ma su cui non si molla la presa. Il procuratore di Caltanissetta Bertone ha avvertito che “ci sono ancora buchi neri”. Il riferimento è anche all’agenda rossa del giudice Borsellino, mai trovata, e alle indicazioni fornite in aula da un ufficiale dei carabinieri: “Elementi che pongono la necessità di riaffrontare questo tema, per una ulteriore attività che dovrà essere svolta”.

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Perché Berlusconi non dovrà più pagare l’assegno da 1,4 milioni a Veronica Lario

La Corte d’appello di Milano ha stabilito di applicare il precedente del caso dell’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli nella disputa tra Silvio Berlusconi e l’ex moglie Veronica Lario. Grilli ottenne allora il diritto a non dover mantenere la moglie, in quanto economicamente autonoma, scardinando il principio dello “stesso tenore di vita”. Veronica dovrà restituire, in base a quanto stabilito, il denaro ottenuto a partire dal febbraio 2014, oltre 60 milioni di euro. L’ex first lady potrà ricorrere ancora una volta alla Cassazione, che però difficilmente contraddirà se stessa (La Repubblica).

Ad aprile scorso Veronica Lario aveva segnato un punto a suo favorenell’infinita battaglia legale pre e post divorzio, ottenendo il pignoramento di 26 milioni di euro su alcuni conti personali del Cavaliere. Ora però la Corte d’Appello di Milano ha accolto l’istanza dell’ex premier di applicare la recente sentenza sull’assegno di divorzio della Cassazione, per cui conta il criterio dell’autosufficienza economica e non il tenore di vita goduto durante le nozze (Corriere della Sera).

I legali del leader di forza Italia hanno sostenuto che la ex first lady non avrebbe avuto diritto agli alimenti in quanto, avendo liquidità per 16 milioni, gioielli e società’ immobiliari tra cui quella che ha nome ’Il Poggio’, gode di certo di una determinata ’tranquillita’’ economica ed e’ autosufficiente (La Stampa). La perdita oggi, dell’assegno divorzile, è l’ultimo atto di una lunga battaglia legale che ha visto contrapposti Silvio Berlusconi e Veronica Lario. Una lunga storia di scaramucce nei tribunali di Milano e Monza, dopo un matrimonio durato 27 anni. Queste le principali tappe.

Tutte le tappe della relazione Berlusconi-Lario 

15 novembre 1990: Silvio Berlusconi e Veronica, pseudonimo di Miriam Raffaella Bartolini, si sposano con rito civile celebrato dal sindaco Paolo Pillitteri a Palazzo Marino, sede del comune di Milano. Testimoni, per lo sposo, Fedele Confalonieri e Bettino Craxi e per la sposa Anna Craxi e Gianni Letta. L’inizio del loro rapporto risale comunque a una decina d’anni prima e la coppia, il giorno delle nozze, ha già tre figli: Barbara nata nel 1984, Eleonora (1986) e Luigi (1988).

31 gennaio 2007: Dopo un lungo periodo di voci su una crisi della coppia, Veronica scrive una lettera aperta a ‘Repubblicà in cui chiede al marito “pubbliche scuse” per le parole galanti rivolte pubblicamente ad alcune donne alla cerimonia del premio televisivo dei ‘Telegattì. – 12 novembre 2009: Il Corriere della Sera riporta la notizia del deposito in Tribunale, da parte di Veronica, di un “ricorso individuale con addebito” del marito. In sostanza un atto di richiesta di separazione per colpa. La notizia viene in un primo tempo smentita.

8 maggio 2010: Inizia davanti al presidente della nona sezione del Tribunale civile di Milano, Gloria Servetti, l’udienza di separazione. Si parla di un’intesa di massima su un assegno mensile di 300 mila euro e l’usufrutto a vita della villa di Macherio. – 21 settembre 2010: Diventa ufficiale la ‘rotturà tra Silvio e Veronica sulle condizioni per la separazione.

28 dicembre 2012: Il giudice stabilisce in 3 milioni al mese, senza l’uso della villa di Macherio, l’assegno di mantenimento.

19 marzo 2013: Gli avvocati di Silvio Berlusconi presentano ricorso contra la decisione di primo grado.

10 aprile 2013: Anche Veronica si costituisce in appello

Luglio 2013: Berlusconi si rivolge al tribunale di Monza per il divorzio

22 ottobre 2013: Il tribunale di Monza stabilisce in 1,4 milioni l’assegno che il fondatore di Mediaset dovrà versare all’ex first lady

18 febbraio 2014: è il giorno dell’atto ufficiale di divorzio. Il Tribunale di Monza scioglie il matrimonio. Prosegue invece il contenzioso economico con l’appello ancora fermo a Milano.

15 settembre 2014: La Corte d’appello di Milano fissa in 2 milioni (riducendolo di un milione) l’assegno di mantenimento di separazione.

16 maggio 2017; La Cassazione conferma la sentenza di secondo grado.

16 nov 2017: La Corta d’Appello di Milano stabilisce che Veronica non ha diritto all’assegno da 1,4 milioni e deve anche restituirne 60 a cui non aveva diritto.

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Cosa ha detto esattamente il Papa su eutanasia e fine vita

L’eutanasia è illecita e lo sarà sempre, mentre evitare l’accanimento terapeutico non significa uccidere qualcuno. Sono rivoluzionarie le parole che Papa Francesco ha detto in un messaggio inviato al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del “fine-vita”, organizzato in Vaticano.

“Non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte”, sono le parole del Pontefice, secondo quanto riporta Repubblica.

Il Papa ricorda come oggi sia “possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare”, come riporta La Stampa . Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è pià insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

Già Papa Pio XII – ha ricordato il Papa – “in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. E’ dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito ‘proporzionalità’ delle cure'”. Quest’ultimo è un riferimento alla dichiarazione sull’eutanasia pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980.

Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire

“L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende inconsiderazione ‘il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali’. Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all”accanimento terapeutico’”. “E’ una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. ‘Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire’, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica. Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere”.

Come si fa, però, a riconoscere uan situazione in cui è lecito interrompere l’accanimento terapeutico. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato “sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale” dice il Papa. Occorre, continua il Papa “un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano” rileva Avvenire 

Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità

“Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità’. E’ anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. E’ una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre piu’ frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo”. 

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Internet e porno causano un drastico calo del desiderio sessuale nei giovani. Una ricerca

“L’immagine di uomo “forte a tutti i costi” costituisce un importante fattore di rischio per la salute fisica e il benessere emotivo e relazionale di molti uomini. Stress, frustrazione e più o meno consapevole disagio esistenziale accompagnano la vita di molti uomini a causa del confronto con l’immagine ideale e irraggiungibile di uomo ‘forte a tutti i costi”. In sintesi è questa la conclusione del professor Carlo Foresta del rapporto realizzato dalla Fondazione Foresta in occasione della “Giornata internazionale dell’uomo” in programma il prossimo 19 novembre.

Quasi decuplicato il numero di 20enni che lamentano poca libido

Spicca nel report presentato il 15 novembre a Padova l’aumento del numero dei ventenni che lamentano una riduzione del desiderio sessuale, passati dall’1,8 ogni mille del 2004-2005 al 10,4 ogni mille del 2015-2016.

In aumento anche la percentuale di ragazzi che si ritengono scarsamente interessati alla sessualità reale e la frequentazione della pornografia in internet può essere uno dei motivi determinanti di questo fenomeno. 

I rischi di un uomo forte a tutti i costi, e l’alto tasso di suicidi

Inoltre le statistiche confermano l’errato luogo comune per cui “l’uomo forte non deve ammalarsi”, idea che provoca una scarsa prevenzione o attenzione per malattie come l’obesità, il diabete,  l’ipertensione, le patologie cardiovascolari, l’osteoporosi, i tumori.  Da qui anche la maggiore incidenza negli uomini di stili di vita a rischio come l’uso o l’abuso di alcolici, fumo, droghe. Concetti e convinzioni che contrastano con un dato di assoluta debolezza del maschio: il suicidio. Il numero dei suicidi nei maschi è circa 3-4 volte più elevato rispetto a quello delle donne.

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Dobble, Chromino e Bellz: i giochi da tavolo che aiutano la riabilitazione neuromotoria

Il gioco in scatola in aiuto della neuroriabilitazione. Programmare le mosse, discriminare i colori, equilibrare le risposte, coordinare i movimenti: quello che per molti puà essere un semplice divertissement, per chi ha subito un ictus può rappresentare un’integrazione lavoro della Medicina riabilitativa.

All’IRCCS Pavia-Boezio della Maugeri, specializzato in riabilitazione neuromotoria, hanno lanciato una singolare alleanza con l’associazionismo ludico per proporre ai pazienti questo supplemento terapeutico, che consente anche una maggiore socializzazione.

A favorire l’iniziativa il primario dell’Unità operativa di neuroriabilitazione, Alberto Zaliani, appassionato di giochi in scatola, e un giovane psicologo, Federico Marra, che aveva svolto proprio nell’Istituto pavese un tirocinio post-laurea, affiancando la psicologa Cinzia Sguazzin nel lavoro con pazienti con patologie neurologiche, acquisite o degenerative. 

“È stato in quel periodo che ho intuito infatti le potenzialità terapeutiche del gioco, di cui sono appassionato da sempre”, spiega Marra, 27 anni, leccese, che proprio nel suo periodo “pavese” ha conosciuto i volontari di Aerel, associazione cittadina che promuove il gioco in scatola e di ruolo.

“Nell’esperienza ludica”, spiega Marra all’AGI, “si stimolano cognitivamente i pazienti, nella ricerca visiva, nel sostegno all’attenzione, nella pianificazione delle mosse, nell’inibizione delle risposte dei pazienti frontali”. Si tratta di disturbi che spesso caratterizzano le cerebrolesioni acquisite e per le quali la Medicina riabilitativa neuromotoria fa un lavoro decisivo. 

Con i volontari di Aerel, Marra ha portato in via Boezio dei giochi pensati proprio per chi soffre di alcuni specifici deficit cognitivi. Come Dobble “dove l’abilità sta nell’associare uno stimolo visivo presente sulla propria tessera con uno dei simboli presenti nella tessera posta al centro del tavolo”. 

Con Chromino, una sorta di domino colorato e con più colori sulla stessa tessera, “entra in gioco la risposta visiva: si tratta di riconoscere, denominare il colore, in un dedalo di pezzi”. Giocando a Quoridor, invece, le persone ricoverate in Neuroriabilitazione si impegnano “in una specie di partita a dama ma con una sola pedina, con la quale arrivare dall’altra parte della plancia di gioco, evitando le barriere che l’avversario potrà metter in campo”.

Con Bellz a essere sollecitata è l’abilità delle braccia: si tratta infatti di ‘pescare’ con una calamita alcune campanelle al centro del tavolo da gioco e poi, con il proprio bersaglio, sollevare le altre: “La bravura”, osserva Marra, “sta appunto nel tirar su per prima la campanella assegnata e non le altre:  un contesto ideale per chi abbia sofferto di lesioni che hanno interessato una parte del corpo e ne stia cercando di riacquistare l’uso”.

“L’Istituto è sempre attento ai bisogni dei pazienti”, spiega il primario Zaliani, “e siamo lieti di poterci aprire a iniziative come questa, che coinvolgendo un professionista che abbiamo conosciuto da vicino, coniugando risvolti sociali e di ricerca”. 

 

 Riabilitazione neuromotoria 

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Così la legge difende il lavoratore che segnala corruzione o cattiva gestione

“È una nuova, grande vittoria per Riparte il futuro, che, insieme a Transparency International Italia, da un anno e mezzo anima la campagna #vocidigiustizia per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sull’importanza di difendere la figura del “segnalante” sul posto di lavoro, vero e proprio baluardo nella prevenzione della corruzione. Dopo il FOIA (Freedom of Information Act) italiano Riparte il Futuro incide ancora una volta in maniera significativa sul cambiamento – in positivo – di questo Paese”, dichiara Federico Anghelé di Riparte il Futuro. “Salutiamo con favore il largo consenso ottenuto dal provvedimento, votato da un’amplissima maggioranza; è davvero una buona notizia, perché la lotta alla corruzione dovrebbe essere una priorità nell’agenda di tutte le forze politiche.

Cosa prevede la nuova legge sul Whistleblowing

Il via libera definitivo della Camera alla legge sul Whistleblowing è arrivato questa mattina. I voti a favore sono stati 357: a favore Pd, M5s, Fratelli d’Italia e Lega Nord tra gli altri; 46 i contrari (Forza Italia e i fittiani di Direzione Italia), 15 gli astenuti. Una norma di civiltà, la definisce il presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone. La legge aveva come prima firmataria Francesca Businarolo, deputata dei Cinquestelle. La proposta di legge riguarda la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato. E prevede il divieto di ritorsioni, quali il licenziamento, il demansionamento o il trasferimento per il lavoratore, pubblico e privato, che denunci all’autorità giudiziaria o a quella contabile, un illecito di cui è venuto a conoscenza in ragione del proprio lavoro. Dall’inizio del 2017 ci sono state oltre 260 segnalazioni all’Anac. Ecco, in sintesi, cosa prevede il testo.

Leggi anche il pezzo sul Sole 24 Ore
 
Nessuna ritorsione e ok al reintegro in caso di licenziamento. Il pubblico dipendente che, nell’interesse della pubblica amministrazione, segnala un illecito (al responsabile per la prevenzione della corruzione, alla magistratura, all’Autorità anticorruzione o alla magistratura contabile) condotte illecite di cui è venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro non può essere, a causa di questa sua denuncia “sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto ad altra misura organizzativa”, che abbia effetti negativi sulla sua posizione di lavoro. In caso di ritorsione, l’interessato o i sindacati dovranno rivolgersi all’Anac, che a sua volta informerà il Dipartimento della funzione pubblica o gli organismi di garanzia/disciplina dell’Ente interessato per i provvedimenti di loro competenza. 

Inoltre, scrive Il Fatto Quotidiano, non hanno nessun valore eventuali atti discriminatori o ritorsivi adottati dal datore di lavoro. L’identità del segnalante non può essere rivelata. Spetterà al datore di lavoro dimostrare che le misure discriminatorie siano motivate da ragioni estranee alla segnalazione da parte del dipendente.

Proposta di legge sbloccata dopo 600 giorni

“Grazie alle oltre 66.000 firme di cittadini che hanno sottoscritto la campagna, Riparte il futuro è riuscita a esercitare ancora una volta una forte pressione sul Parlamento che, dopo più di 600 giorni di stallo in seguito all’approvazione in prima lettura alla Camera (21 gennaio 2016), ha visto una rapida votazione prima al Senato (18 ottobre) e ora alla Camera. È un bel giorno per il nostro Paese”, ha aggiunto Anghelé.

“Dopo quattro anni di lavoro, finalmente è stata approvata in via definitiva la legge che protegge chi denuncia la corruzione nei luoghi di lavoro sia nella pubblica amministrazione sia nel privato. Una legge necessaria che mancava in Italia di cui si e’ fatto carico il Movimento 5 Stelle”. È quanto si legge in una nota dei deputati M5s della commissione Giustizia che si dicono “pienamente soddisfatti”.  La prima firmataria della proposta di legge, Francesca Businarolo, spiega: “Sono felice, in questi anni ho ascoltato decine di cittadini onesti che hanno fatto il proprio dovere denunciando la corruzione. La loro ricompensa è stato il mobbing ed anche il licenziamento. Storia di sofferenza ma soprattutto di grande dignità civile. La legge è dedicata a tutte queste persone che rendono l’Italia un paese migliore. Era necessario dare uno scudo protettivo ai cittadini che vogliono impedire che la corruzione si infiltri in ogni angolo del pubblico e del privato. Sono loro i veri eroi civili, noi abbiamo semplicemente fatto il nostro dovere di portavoce: ascoltare un problema e promuovere una legge che difenda gli onesti, gli incorruttibili. Da oggi abbiamo un piccolo pezzo in piu’ di legalità, la strada rimane lunga, ma siamo fiduciosi che la maggioranza dei cittadini è onesta e vuole poter vivere in una società libera da corrotti e corruttori”. 

 

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“Per farci perdonare la panchina a Ventura la diamo noi”. La provocazione di Ikea 

Ikea, l’azienda svedese che è diventata un po’ il simbolo della nazione che ieri ha fatto finire i sogni mondiali dell’Italia, ha lanciato una provocazione alla nazionale. “Per farci perdonare, la panchina a Gian Piero la diamo noi. Però ridateci le matite”, ha scritto Ikea Italia in un post. Un’ironia che, a giudicare dai commenti al post, è stata apprezzata da molti. Ma non da tutti. 

Il riferimento alle matite è perché nei giorni scorsi, molti tifosi italiani avevano “minacciato” scherzosamente Ikea di far sparire tutte le matite che vengono messe gratuitamente a disposizione dei clienti. Oggi, è arrivata puntuale la rivincita svedese.

 

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Sicilia: arrestato per estorsione candidato M5s, primo dei non eletti ad Agrigento

Arrestato un candidato M5s alle elezioni siciliane: Fabrizio La Gaipa, 42 anni, primo dei non eletti ad Agrigento, è stato messo agli arresti domiciliari con l’accusa di estorsione a due dipendenti del suo albergo. L’imprenditore del settore turistico con 4.357 voti era finito alle spalle dei due neo-deputati riusciti a entrare a Palazzo dei Normanni. L’accusa si riferisce alla gestione delle buste paga, con scostamenti tra gli stipendi dichiarati e quelli effettivamente versati e irregolarità fiscali. La misura dell’obbligo di dimora è stata disposta invece per il fratello. Ironico il commento di Renato Brunetta di Forza Italia su Twitter: “Com’era la storia degli impresentabili”?

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“Mai rapporti non consenzienti”. Brizzi risponde alle accuse

“In riferimento alla trasmissione ‘Le Iene’, andata in onda nella serata di oggi (ieri, ndr), ribadisco di non avere mai avuto rapporti non consenzienti”. Tramite il suo avvocato, Antonio Marino, Fausto Brizzi fa arrivare a tarda sera di domenica il suo commento alla seconda puntata delle ‘Iene’, trasmissione di Italia 1, sulle molestie nel mondo del cinema, in cui il suo nome veniva fatto esplicitamente da una decina di aspiranti attrici che lo accusavano di averle pesantemente molestate durante i provini. Il regista romano già sabato scorso aveva fatto sapere, sempre tramite il legale, che “in via precauzionale e per evitare strumentalizzazioni” aveva “sospeso tutte le attività lavorative e imprenditoriali“. A sua difesa interviene sul Corriere l’attrice Nancy Brilli, che ha lavorato con lui in tre film: “Davanti ai miei occhi, sul set e fuori, è stato irreprensibile”.

Il nome del 48enne regista romano l’hanno fatto “dieci attrici su trenta che abbiamo intervistato” spiega Dino Giarrusso, l’autore del servizio andato in onda nella trasmissione Mediaset, Dino Giarrusso. “Ci sono anche altri nomi, i personaggi sarebbero molti, noi non vogliamo accanirci su Brizzi ma un terzo delle intervistate parla di lui”.

I racconti delle intervistate

“Giarrusso manda in onda varie testimonianze, volti coperti e voci contraffatte, eccezion fatta per Clarissa Marchese, Miss Italia 2014, e la modella Alessandra Giulia Bassi, le uniche due persone intervistate dalle Iene che non hanno chiesto la riservatezza”, ricostruisce Repubblica. “Queste ragazze non si conoscono fra loro – spiega l’autore dell’inchiesta – eppure tutti i loro racconti si somigliano in maniera impressionante”. Le intervistate raccontano tutte di “uno studio che però è anche una casa”, “uno studio-abitazione, con una vasca idromassaggio, il soggiorno, la camera da letto” dove le ragazze venivano invitate per fare provini. Non mancano dettagli delle molestie che in certi casi, secondo il racconto delle intervistate, si configurerebbero come vere e proprie violenze. I primi approcci, i tentativi di “fare i massaggi”, le insistenze, “il contatto fisico sempre maggiore” e poi “i modi sempre più aggressivi”. Secondo alcuni racconti, il regista “si è spogliato completamente nudo” e ha tentato approcci sempre più pesanti. Alcune raccontano di aver “opposto resistenza”, un’altra dice di essere stata costretta a un rapporto sentendosi “immobilizzata: non capivo più niente”.

“Tutte queste attrici sono convinte di aver subito una violenza che lascia il segno” continua Giarrusso, prima di dare di nuovo voce alle presunte vittime, “mi sentivo stuprata”, “piangevo”, “mi sentivo una puttana”. Perché non hanno denunciato? “Non ho avuto il coraggio di dirlo alla mia famiglia – rivela una di loro – l’ho detto solo a mia madre, ma ho pensato: se lui ci denuncia non abbiamo tutti questi soldi per pagare la causa”. Un’altra: “Mi vergognavo come una ladra, avevo paura di non essere creduta”. Un’altra ancora: “Alcuni addetti ai lavori mi hanno consigliato di non fare azioni legali”. 

Brilli: “Le denunce si fanno in Procura, non in tv a volto coperto”

“Le donne prendono coraggio sulla scia dello scandalo Weinstein, ma senza portare le prove si distruggono persone e famiglie. Non mi piace la denuncia televisiva, addirittura a volto coperto. Le denunce si fanno in Procura, circostanziate. E si è colpevoli quando è scritto in una sentenza”, afferma al Corriere Nancy Brilli, che ha lavorato con Brizzi in tre film: “Ex”, “Maschi contro femmine” e “Femmine contro maschi”. “Fausto con me, si è comportato da gentiluomo e, sui set, c’erano colleghe giovani e belle e non ho mai sentito un pettegolezzo”, racconta l’attrice, “avance, molestie e stupro sono tre cose diverse, ora si sta mettendo tutto insieme”.

“Provare a scambiare lavoro per sesso è abuso di potere ed è inaccettabile. Però, arrivare a lui nudo mentre provi la scena erotica significa trovarsi in una situazione che non hai saputo cogliere per tempo”, prosegue Nancy Brilli, “i provini si fanno nei teatri o nelle case di produzione, non in case o alberghi. E mai da soli col regista: deve esserci almeno il responsabile del casting”. E se una arriva all’appuntamento è scopre che il regista è solo? “Se non vuoi andartene, perché temi di essere sgarbata, va bene. Ma se lui propone il bacio, devi salutare perché siamo fuori da ogni prassi. Basta dire: “Grazie, continuerei in presenza del mio agente”.

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“Anche in Italia ci sono i maiali. Ora Asia ha paura del Mossad”

“Non possiamo immaginare che i maiali esistano solo in America e noi siamo tutti dei santarellini”. Il regista Dario Argento esordisce così a Domenica In, intervistato da Cristina Parodi dopo la denuncia di sua figlia Asia nei confronti del produttore americano Harvey Weinstein. “Anche in Italia ci sono delle persone che si sono comportate in modo sconveniente, schifoso, più di uno – continua – lo dico perché lo so, faccio il cinema, vivo in questo mondo, perché facevo anche il produttore e quindi lo so” (La Repubblica).

“Brizzi? Non c’entra niente”

E sui sospetti che hanno recentemente coinvolto il regista Fausto Brizzi racconta: “L’ho conosciuto a Los Angeles, sembrava una persona un po’ allegra ma molto simpatica. Fausto Brizzi non c’entra niente, ma queste persone, questi molestatori normalmente nella vita sono persone educate gentili, simpatiche, umane. Fino a quando, ad un certo punto, scatta nel cervello la pazzia del sesso, da serial killer del sesso, una malattia… come Weinstein​, che sta in clinica, ma poi per modo di dire, perché sta in clinica per non essere arrestato”.

“Il Mossad? Gente che spara, Asia teme”

“Asia non esce più di casa per paura di agenti israeliani perché questa è gente che spara, è gente che minaccia, sono persone pericolosissime. Asia teme per la propria vita e teme per quella dei suoi figli, teme i ricatti”. E sul presunto ingaggio di agenti segreti israeliani afferma “Sono degli agenti segreti, sono del Mossad​ che poi è uno dei più crudeli servizi segreti del mondo. Ha paura e ha ragione anche ad averla”. Il regista sottolinea pero’ come Asia, nonostante i timori, non si sia mai pentita di aver denunciato. “Anzi – conclude – e’ sempre piu’ convinta”

 

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Roma: arrestato evaso 35enne, avrebbe ucciso un trans e un nordafricano

Un trentacinquenne evaso dal carcere è stato arrestato a Roma con l’accusa di aver ucciso venerdì notte a coltellate una trans ventisettenne romena e probabilmente anche un ventenne nordafricano, che era stato con lui in carcere, morto poche ore dopo. L’uomo, arrestato dalla squadra mobile, è accusato di omicidio volontario della trans uccisa all’Eur, probabilmente dopo aver scoperto che non era una donna, e di evasione dai domiciliari. Entrambi gli omicidi sono stati perpetrati con una coltellata al cuore.